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UNDEROATH
04/04/2010 - Vidia Club - Cesena
 



Report a cura di: Matteo

Ah, l’amena bellezza della Pasqua. Molti la festeggiano in famiglia, abbuffandosi di leccornie dal tasso calorico iperbolico e attendendo la sera con il sonnolente entusiasmo di chi ancora avverte la pungente prepotenza dell’agnello, desiderando il letto e un digestivo. Noi invece, come molti ieri al Vidia Club di Cesena, abbiamo scelto il Metalcore.
Arrivati al locale giusto in tempo per perderci i Fightcast (visti di spalla ai Dillinger Escape Plan l’estate scorsa, l’impressione è stata pessima) assistiamo a parte del set degli Architects, non nuovi in quel di Cesena  in quanto erano co-headliners insieme ai Despised Icon nella tappa invernale del Never Say Die Tour. Aggiungendo a ciò dei brani potenti ma che seguono pedissequamente gli stilemi del metalcore classico (esatto, tanti, tanti breakdowns) risultando indistinguibili gli uni dagli altri, il misto di noia e déjà vu ci porta ad attendere pazientemente che concludano la loro performance. Bisogna dire che non manca la partecipazione del pubblico, e il gruppo sul palco svolge un buon lavoro nel mantenere viva l’adrenalina della folla.
Andati gli Architects, ci posizioniamo vicino alle transenne, attendendo quelli che saranno i veri protagonisti della serata. Il primo ad entrare è Chris Dudley, il gigante addetto agli effetti e alle tastiere, e a seguire l’irsuto chitarrista Tim McTague insieme al vocalist Spencer Chamberlain. Aaron Gillespie si posiziona dietro le pelli quasi in sordina seguito dal bassista Grant Brandell (un altro tipetto massiccio) e il secondo chitarrista James Smith.
E con “The Only Survivor Was Miraculously Unharmed”, il concerto degli Underoath inizia. Un colpo pesante, diretto come un pugno nello stomaco. Spencer è un frontman eccezionale dalla voce potentissima, evidenziata anche  dall’ottima resa sonora del locale. Timothy e Chris sembrano posseduti, soprattutto il secondo è una vista spettacolare, un ragazzo dalla foga inesauribile, mentre il primo riesce a compiere notevoli evoluzioni con la sua Gibson senza mai sbagliare una nota.
Si prosegue con “In Regards To Myself”, altro classico della band, altro pezzo devastante che travolge il pubblico. La successiva “Emergency Broadcast: The End is Near”  è il momento della dilatazione post-core, e sorprende la vista di Spencer che imbraccia la terza chitarra (!!).
Dopo questo piccolo ‘diversivo’ si torna al 2004, precisamente all’era di They’re Only Chasing Safety, con “Young And Aspiring”, pezzo apprezzato soprattutto dai molti fan di vecchia data presenti.
“We Are The Involuntary” e “Anyone Can Dig A Hole…” invece riprendono il discorso dell’acclamato (ed in parte incompreso) Lost In The Sound Of Separation, pestando duro a discapito della melodia, ma producendo un muro sonoro di grande spessore, un sound granitico degno dei migliori gruppi della scena.
Ritornano le progressioni post-core con “Casting Such A Thin Shadow” (uno dei momenti più intensi della serata) per poi proseguire con “You’re Ever So Inviting”, altro brano da Define The Great Line, da molti considerato il loro apice discografico e,  constatando come risaltano in veste live tali canzoni, non sembra affatto una definizione azzardata.
Spencer, nonostante la ferrea fede cristiana, appare quasi ‘demoniaco’ sul palco, dato il suo cantato viscerale (una sintesi perfetta tra scream e growl) e l’estrema fisicità dell’esecuzione, al punto che il pubblico,  quasi ammaliato, si protende letteralmente verso di lui appena accenna ad avvicinarsi.
Il trittico “Breathing In A New Mentality” / ”A Momento Suspended In Time” / “Desperate Times, Desperate Measures” è semplicemente devastante, l’energia sprigionata dalla band non cede di un millesimo, e il pubblico risponde con entusiasmo. La frattura imposta dalla melodiosa “Too Bright To See…”  ci conduce ad un encore all’insegna di due classici: “It’s Dangerous Business…” e “Writing On The Walls”, dove la furia abbraccia momenti di pura gloria anthemica in cui tutti danno fondo alle ultime forze rimaste, band inclusa.
Il concerto si conclude con stupefacente rapidità nonostante la corposa scaletta, e gli Underoath si congedano con qualche saluto. L’ultimo ad andarsene è Aaron, che lancia qualche bacchetta prima di scomparire. La sua performance è stata buona, e sebbene non sia brillato nel cantato l’esecuzione dietro le pelli è stata eccellente. Purtroppo, è di qualche ora fa la notizia che ha lasciato il gruppo per dedicarsi ad altri progetti musicali (probabilmente la sua band rock The Almost), cosa che lascia a posteriori parecchia amarezza ma che conferisce alla serata un alone di unicità quasi “mistica”. E data la forte componente spirituale insita nella loro proposta musicale, una sensazione del genere appare quasi appropriata.
Grazie per tutta l’energia e le emozioni ragazzi, alla prossima.

Setlist:

1. The Only Survivor Was Miraculously Unharmed
2 . In Regards To Myself
3. Emergency Broadcast: The End Is Near
4. Young And Aspiring
5. We Are the Involuntary
6. Anyone Can Dig a Hole but It Takes a Real Man to Call It Home
7. Casting Such A Thin Shadow
8. You're Ever So Inviting
9. Breathing In A New Mentality
10. A Moment Suspended In Time
11. Desperate Times, Desperate Measures
12. Too Bright To See, Too Loud To Hear
13. It's Dangerous Business Walking Out Your Front Door
14. Writing On The Walls


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