Nella storia della musica moderna non è raro imbattersi in gruppi che, pur non proponendo un sound particolarmente originale o innovativo, risultano immediatamente riconoscibili anche ad un orecchio poco abituato. I Pelican fanno decisamente parte di questa schiera di band. Li avevamo lasciati due anni fa con l’onirico "City of Echoes2 che, pur raccogliendo generalmente più consensi che bocciature, aveva fatto si che si iniziasse ad aprire una frattura tra i fan storici del quartetto: c’era chi considerava la svolta melodica un passaggio necessario verso la piena maturazione artistica della band e chi invece non aveva mandato giù l’eccessivo alleggerimento del sound e l’allontanamento da certe sonorità post-metal che avevano invece contraddistinto il capolavoro Australasia. Tra i due schieramenti, questi ultimi saranno sicuramente i meno contenti dopo aver ascoltato il nuovo disco. "What We All Come To Need" (primo lavoro dei Pelican ad uscire sotto Southern Lord, etichetta storica della scena Doom/Sludge americana) infatti non solo prosegue sulla strada intrapresa col precedente album, ma amplifica maggiormente i punti di rottura col vecchio sound della band. Ci troviamo di fronte ad una certa standardizzazione e, se vogliamo, banalizzazione della struttura dei pezzi, ora più che mai legati alla tradizione post-rock di gruppi come gli Explosions in the Sky, riportati in salsa più estrema: e se l’opener ‘Glimmer’, con il suo incedere quasi Progressive unito ad un mood decisamente Sludge, riesce ancora a far sussultare l’ascoltatore (e non a caso vede la collaborazione di Aaron Turner degli Isis), pezzi come ‘Specks of Light’, ‘Strung Up From The Sky’, ‘An Inch Above Sand’ non sono altro che una versione alleggerita (più a livello di strutture che di pesantezza del sound) di un pezzo degli Isis o dello stesso Australasia: si lasciano ascoltare, sono indubbiamente belle canzoni, ma scorrono via senza lasciar tracce tangibili del loro passaggio. ‘The Creeper’ è sicuramente il pezzo più pesante del lotto – e non potrebbe essere altrimenti, vista la collaborazione di Greg Anderson dei soliti SunnO))): ci troviamo di fronte ad un immenso monolite Stoner/Doom, un po’ troppo piatto e statico per far veramente male. Le cose migliorano con ‘Final Breath’, unico pezzo cantato di tutto il disco, intimo ed onirico, episodio degno del nome della band. In definitiva, non me la sentirei di etichettare "What We All Come To Need" come un disco brutto, semplicemente perchè non lo è: i pezzi sono arrangiati e suonati con maestria, ma manca quel quid che faccia sussultare l’ascoltatore, quel qualcosa in più che aveva invece caratterizzato Australasia e The Fire in Our Throats Will Beckon the Thaw, gemme di rara bellezza. Insomma, i Pelican stanno andando incontro ad una crisi di creatività tipica di molti gruppi dell’affollata scena post-rock e post-metal: qualcosa di buono da cui partire si sente (come le già citate ‘Glimmer’ e ‘Final Breath’), ora sta a loro trovare gli stimoli per riproporci finalmente qualcosa di originale e stupirci con un nuovo capolavoro. |
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