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CLAWFINGER
HATE YOURSELF WITH STYLE
Sebbene siano probabilmente in pochi a conoscerli qui da noi, i Clawfinger vanno certamente annoverati tra i pionieri di quel filone che sarà poi generalmente denominato nu-metal: “Deaf, Dumb, Blind” (il quale ha venduto più di mezzo milione di copie, forse anche più di 700.000) risale infatti al 1993 ed è indubbiamente pregno di elementi che con il passare degli anni sono diventati i classici stereotipi standard del crossover in accezione numetallara, presentando una buona miscela di rap/metal/elettronica ripresa poi (con molta più fortuna) da tante altre band esplose negli anni successivi. Ma dopo aver pubblicato quello che personalmente ritengo il loro miglior album, “Use Your Brain” datato 1995 – album nel quale tra l’altro spicca “Do What I Say”, canzone che nel bene o nel male tutti dovremmo aver ascoltato almeno una volta – questi ex infermieri si sono persi per strada, essendo stati letteralmente surclassati dall’allora fiorente scena americana, passandosi così ad un ruolo di secondo piano, se non addirittura terzo.
La rinascita poteva esserci grazie alla Gun Records (braccio teutonico della BMG che oggi tra l’altro ha sotto contratto i Bullet For My Valentine), etichetta che però è riuscita a svolgere un buon lavoro solamente in terra germanica grazie anche alla decisione di mandare questi svedesi in tour con i Rammstein; ma il fallimento nel resto dell’Europa, con colpe da assegnare sia alla band (colpevole di avere scarso appeal nel mercato) e la label (rea di aver puntato su nomi più altisonanti relegando di fatto ad un ruolo marginale la band) ha inevitabilmente portato allo split.
E così oggi i Clawfinger sono entrati a far parte del roster (e non rooster, mi raccomando) della Nuclear Blast, con la speranza nel cuore di poter raggiungere obiettivi purtroppo falliti in passato. Ma personalmente ho poca fiducia che ciò avvenga.
“Hate Yourself With Style” non è infatti in grado di volare alto: sebbene le canzoni siano semplici e molto facili da assimilare già dopo un primo ascolto, salta all’orecchio l’eccessiva banalità di molti passaggi e di molti riff (quasi tutti chiaramente ‘ispirati’, se così si può dire, ai Meshuggah), che creano indubbiamente un’atmosfera alla lunga monotona; il sound è volontariamente grezzo e rinuncia colpevolmente a moltissime delle ritmiche finto-industrial supportate da trasognanti tamarraggini elettroniche utilizzate in passato le quali, nonostante tutto, si sono sempre rivelate fondamentali per dare un magistrale tratto distintivo ai connotati delle proprie canzoni.
Alla fine rimane quindi l’amaro in bocca dopo questo disco, un amaro retrogusto dovuto ad una sensazione di qualcosa mancante, di un tassello che dovrebbe esserci ma purtroppo non c’è; l’impressione è che i Clawfinger siano rimasti troppo indietro in un panorama che essi stessi hanno contribuito a plasmare. Peccato.
Tempo
Voto: 5
TRACKLIST:

1. The Faggot In You
2. Hate Yourself With Style
3. Dirty Lies
4. The Best & The Worst
5. Breakout (Embrace The Child Inside You)
6. Right To Rape
7. What We've Got Is What You're Getting
8. Sick Of Myself
9. Hypocrite
10. Without A Case
11. God Is Dead