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CALIBAN
THE UNDYING DARKNESS
Gli schiavi della “Tempesta” Shakesperiana fanno il loro ritorno sulle scene a due anni (più o meno) di distanza dal buon “The Opposite From Within”, album che ha di fatto assicurato definitivamente al combo tedesco un importante posto al sole nel panorama metalcore, regalando quel tocco di prestigio e popolarità al marchio la cui più diretta conseguenza è stato l’esponenziale aumento della pressione e delle attese da parte di fans e casa discografica.
Trend metalcore made in U.S.A., d’accordo, ma i Caliban hanno spesso e volentieri ricevuto lodi grazie anche al mantenimento di molti elementi di chiaro stampo europeo che, nonostante tutto, caratterizza le produzioni passate; “The Undying Darkness” segna invece la svolta verso la più scontata americanizzazione (commercializzazione?) del suono.
Eh sì, proprio così: risucchiati da un vortice modaiolo che detta le regole del gioco, la band della Ruhr viene anch’essa incantata dalle sirene a stelle e strisce (specialmente quelle provenienti dal Massachusetts) ed i risultati sono sotto gli occhi di tutti: i clichè del caso vengono palesemente ricalcati, lo stereotipato ritornello melodico viene proposto ripetitivamente in ogni canzone e, nonostante la qualità oggettiva delle canzoni sia assolutamente ineccepibile, verso la seconda metà dell’album si fa largo una sensazione di monotonia dovuta alle varie somiglianze tra le tracce. Questi i difetti più vistosi e sui quali i detrattori potranno giocare a proprio piacimento.
Passiamo ai pregi: d’accordo, il sound proposto in quest’album ha poco di differente da quello di altri gruppi e strizza più di un occhiolino al mercato ed alla moda del momento, ma inopinabile è il fatto che ciò che i Caliban fanno, lo sanno fare maledettamente bene. Certamente molto, molto meglio di tanti tanti tanti altri. Qui sta la loro forza, riuscire a distinguersi e ad elevarsi pur non inventando nulla, pur essendo derivativi, pur andando a saturare ulteriormente un mercato gonfio a tal punto da rischiare l’esplosione. E’ chiaro che l’oculata produzione d’autore di Anders Fridèn (In Flames) ed il sagace mixaggio di Andy Sneap influiscono in maniera determinante sulla qualità del prodotto.
Dopo una intro di pianoforte (rubata agli amici Heaven Shall Burn?), la compagine teutonica propala immediatamente le proprie intenzioni: “I Rape Myself” è la fotografia perfetta del sound che permea tutto il disco, fatto di chitarre stoppate, refrain melodici ultraclean, screaming/growl pungente ed accelerazioni thrash/hardcore disseminate un po’ in giro. Ricetta ormai collaudata e consolidata.
Tra gli episodi più riusciti, oltre alla già citata “I Rape Myself”, vanno inserite “It´s Our Burden To Bleed” (primo singolo), “Nothing Is Forever” (la mia preferita), “No More 2nd Chances” e i ‘duetti’ “Moment Of Clarity”, assieme a Mille Petrozza dei Kreator (quando si dice guest star), e la sorprendente cover di Bjork “Army Of Me” supportata dalla voce femminile di Tanja Keilen (Sister Love), pezzo davvero ben riuscito.
L’artwork è stato curato e realizzato dalla Darkicon di Mike D’Antonio (bassista dei Killswitch Engage) ed all’interno del booklet sono contenuti i testi delle canzoni ed i soliti ringraziamenti, tra i quali spiccano i nomi di bands quali Killswitch Engage, Machine Head, God Forbid, Heaven Shall Burn, Hatebreed, It Dies Today, Every Time I Die, Shadows Fall, Bleeding Through e via discorrendo.
Riassuntivamente quindi un album che si presterà a diverse interpretazioni: molti sicuramente lo stroncheranno per via della sua evidente commercialità e poca originalità, e molti altri lo esalteranno per via della indubbia qualità delle canzoni; in medio stat virtus?
Tempo
Voto: 6,5
TRACKLIST:

1.Intro
2.I Rape Myself
3.Song About Killing
4.It´s Our Burden To Bleed
5.Nothing Is Forever
6.Together Alone
7.My Fiction Beauty
8.No More 2nd Chances
9.I Refuse To Keep On Living...
10.Sick Of Running Away
11.Moment Of Clarity
12.Army Of Me
13.Room Of Nowhere